A Padova è stata individuata, fra lo stupore generale, una nuova cappella affrescata da Giotto all’interno della celebre Basilica di Sant’Antonio. A fare questa scoperta lo storico dell’arte pistoiese Giacomo Guazzini: questa l’intervista in esclusiva che ha rilasciato a Paola Fortunati sul GIORNALE DI PISTOIA E DELLA VALDINIEVOLE dello scorso 17 maggio.

Il lavoro portato avanti da Giacomo Guazzini

Giacomo Guazzini è l’autore di una sensazionale scoperta per il patrimonio artistico italiano, ovvero l’individuazione di una nuova cappella affrescata da Giotto nella Basilica di Sant’Antonio a Padova, la cappella di Santa Caterina, comprovandone per di più la committenza da parte della celebre famiglia Scrovegni. Ad annunciarlo è Salvatore Settis, illustre studioso di fama internazionale, già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, che ha scritto sul “Sole 24Ore” del 5 maggio scorso un articolo ampio e circostanziato sull’argomento.

Guazzini, storico dell’arte pistoiese, vanta un formidabile curriculum: dopo gli studi classici al Forteguerri, si è laureato in Storia dell’arte a Firenze e ha conseguito il perfezionamento presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Oltre a significative partecipazioni a mostre e convegni nazionali e internazionali, dal 2010 collabora con il Museo Civico della nostra città, e attualmente è ricercatore presso il prestigioso Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut. Nel 2015 aveva già scoperto un altro importante affresco di Giotto nella Basilica di Sant’Antonio, nella cappella Madonna Mora. Giacomo Guazzini è quindi già una perla nella collana dei concittadini illustri. Abbiamo voluto incontrarlo per rivolgergli tutte le domande che un ritrovamento di così grande interesse, nazionale e non solo, suscita in tutti noi.

Come inizia la sua avventura a Padova, visto che nel 2015 aveva già scoperto un’altra cappella di Giotto?
«Tutto è iniziato nel 2014 con una tesi di dottorato sulla decorazione delle sale capitolari: la Basilica del Santo di Padova, con le tracce di un grandioso ciclo giottesco, era quindi un caso di studio che stavo affrontando. Un giorno, alla fine di un lungo sopralluogo in Basilica, mi soffermai nella cappella della Madonna Mora per vedere meglio la decorazione presente all’interno di un grande tabernacolo raffigurante profeti a dimensione umana e angeli. Pensai subito che l’affresco fosse di primo Trecento e vicinissimo a Giotto. Mi colpì la qualità strepitosa del volto del profeta Isaia, che rimandava alle parti più belle e autografe di Giotto nella celeberrima cappella degli Scrovegni all’Arena (1303-1305)».

E a quel punto lei informò la comunità scientifica?
«No, non subito. Ovviamente prima era necessario approfondire ogni aspetto e dimostrare punto su punto la nuova proposta, cosa che ho fatto in un saggio sulla rivista scientifica “Nuovi Studi” (2015), provando inoltre che l’affresco anticamente ornava il primo e veneratissimo luogo di sepoltura di Sant’Antonio. Anche in quel caso, poco prima della pubblicazione, furono resi noti gli esiti di questa ricerca sul Sole 24 Ore».

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Ha presentato la scoperta in Italia, o anche all’estero?
«In varie sedi universitarie in Italia e all’estero: Berlino, Genova, Napoli, Firenze. Ormai quest’affresco è ampiamente riconosciuto come opera di Giotto, e i maggiori specialisti al livello internazionale concordano».

Come si è evoluta la sua vicenda lavorativa, la sua ricerca?
«La ricerca in Italia, specie in questo campo, è vergognosamente abbandonata e non supportata, lasciando ben poco da sperare per gli studi e per il nostro stesso futuro lavorativo. Fortunatamente lo scorso anno ho vinto un posto di ricercatore presso un istituto di ricerca di fama internazionale, il Kunsthistorisches Institut di Firenze, grazie al finanziamento e al supporto del quale posso continuare le mie ricerche».

Ma quando e come è avvenuta la scoperta di questo secondo e nuovo ciclo di Giotto a Padova?
«Il mio ultimo studio indaga un ciclo di Giotto ormai in gran parte perduto: la cappella absidale di Santa Caterina nella Basilica. In questo caso, tutto è iniziato col ritrovamento di alcune preziose fotografie d’epoca che documentano l’antica decorazione prima che i restauri novecenteschi distruggessero o coprissero tutto. Le foto mostrano un’incredibile decorazione dipinta con finte architetture, in gran parte senza figure: edicole, lastre, lunette, pilastri e cornici, realizzate ad illusionismo prospettico. Un precocissimo “trompe l’oeil” che per la prima volta instaura un rapporto nuovo e dinamico tra pittura, architettura reale e osservatore. E’ stato possibile poi sviluppare una ricostruzione digitale grazie al supporto tecnico di Enrico Bancone, un mio caro amico a cui va tutta la mia riconoscenza per la sua infinita pazienza e competenza. Studiando le antiche foto ho poi individuato un dettaglio preziosissimo: la scrofa azzurra, stemma degli Scrovegni, la stessa famiglia che realizzò la celeberrima cappella dell’Arena. Adesso quindi abbiamo una seconda cappella degli Scrovegni, che costituisce un nuovo e importante tassello per comprendere il percorso dell’artista che, più di ogni altro nella storia, in pochi anni ha rivoluzionato e rimodellato il corso dell’intera arte occidentale».

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