La storia del 42enne montecatinese Pablo Benedetti, diventato famoso in queste ultime settimane per aver diretto il film sulla vita del calciatore argentino Gabriel Omar Batistuta: l’intervista pubblicata sul numero del 1° novembre in edicola del GIORNALE DI PISTOIA E DELLA VALDINIEVOLE

La vita di Batistuta nel film diretto da Pablo Benedetti

Il sogno di fare il calciatore lo ha avuto anche lui, da piccolo. Come tantissimi del resto. Poi, Pablo Benedetti, 42 anni, che a Montecatini è cresciuto (la zona è quella del Villaggio satellite, al confine tra musicisti e Massa Cozzile) e quindi ha per forza giocato anche a pallacanestro, nella vita ha cambiato decisamente traiettoria, visto che di pallone qui si tratta.
E’ diventato un bravo regista, un director, per dirla in inglese. E la sua gavetta nel mondo del cinema se l’è fatta viaggiando sin da giovanissimo, tra Usa, già ai tempi delle vacanze delle medie, e in Irlanda, quando faceva il liceo alle scuole Don Bosco, in via Mazzini, a indirizzo linguistico. Sono gli anni in provincia in cui ha maturato la passione per il cinema («forse devo dire grazie all’insegnante di letteratura inglese, Annagiulia Cesari»), per poi fare il grande passo a Londra, di ritorno dall’anno di militare, alla scuola del cinema di Mike Leigh, dove si presentò e fu ammesso con un corto artigianale girato in proprio…in pineta a Montecatini.

«Sono cresciuto vedendo in Gabriel una persona e un calciatore speciale. E’ uno tosto, uno che ha tanta umiltà quanta convinzione di riuscire. Ha dato il massimo sempre, anche quando non ce la faceva per il dolore. Un eroe umile, un vero fuoriclasse».

Gabriel è Batistuta, uno dei più forti attaccanti mai esistiti: sicuramente il più forte e amato a Firenze, dove ha giocato in maglia viola dal 1991 al 2000, e dove ha infranto ogni record, prima di andare a vincere uno scudetto con la Roma. Il regista ha avuto con Batigol l’intuizione vincente. Pensare a lui per un docufilm sulla sua vita. In questi giorni a Roma e Firenze sono arrivate le prime proiezioni di «El numero nueve – Gabriel Batistuta». Scritto e diretto da Pablo e prodotto da SenseMedia, azienda cinematografica fiorentina.

Sembra un secolo fa, quel primo incontro in una hall di un albergo di Firenze, dove il regista vive da molti anni con la moglie Francesca, anche lei nel settore (è scenografa costumista) e i loro due figli. «Lessi una sua intervista – ricorda oggi il montecatinese Benedetti – Lo ammiravo già come calciatore, ma mi colpì come parlava dei suoi problemi alle caviglie e mi si accese una lampadina. Volevo raccontare la sua vita oltre il calcio, l’uomo Batistuta».

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Il passo successivo è stato il “gancio”: l’assist, un amico di Firenze in comune. «Avevo fiducia e la giusta dose di convinzione, anche se ho aspettato 4-5 mesi per raccontargli di persona la mia idea. Pensavo di avere 10 minuti a disposizione, quel giorno. Invece siamo stati a parlare un’ora e mezza. Bati mi ha chiesto di tutto, come avrei voluto girare il film su di lui, cosa riprendere, quando, come…E ho ottenuto a fine incontro il suo numero. Un bel segnale».
Batistuta si è confermato la persona riservata che tutti conoscono. Un divo insolito.

«Ma è innamorato come pochi di Firenze, ricambiato ovviamente. Me ne sono accorto nell’estate 2018, quando partii da solo per l’Argentina, una volta deciso che il film si sarebbe fatto, per conoscere la realtà dove è cresciuto, a Reconquista, e dove ha imparato a giocare, al Newell’s Old Boys e poi al River e al Boca. E capire cosa si nascondeva dietro al campione. Lì sono stato ospite per 20 giorni a casa sua. Un’esperienza incredibile. Siamo diventati intimi».

E le riprese si sono susseguite per mesi nei luoghi simbolo della sua vita. Dopo l’Argentina, Firenze, Roma, Svizzera.

«Anche nella registrazione del film ha dimostrato il tipo di persona che è: ha voluto dare e sapere tutto, dedicandosi completamente. Un meticoloso. Sono stato con lui anche in Svizzera, dove si è da poco operato per i traumi subìti alle caviglie in carriera. Momenti toccanti».

Il film promette malinconia, successi, sofferenze. Ed emozioni per 93 minuti: il calcio è solo sullo sfondo. Assieme all’umiltà che accompagna da sempre un campione come pochi altri. Semplicemente «El numero nueve», proprio come il titolo del film. Buio in sala, ora.

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